Scrivere durante una quarantena non è mai facile, i miei timori e le mie paure mi hanno portato a nascondermi e a non dare forma a parole ed emozioni vissute fino a qualche ora prima della serrata. Per quanto incomprensibile possa essere ho continuato a stare lontano dalla tastiera, più interessato a respirare a pieni polmoni la libertà estiva che a mettere giù pensieri nuovi e originali. Ma ho visto posti nuovi, nuovi locali, e nuove albe e nuovi tramonti mi hanno dato la spinta per tornare. Un incipit austero, penserete, ma doveroso per ringraziare chi in questi mesi ha provato a spronarmi e convincermi.

Se nel mondo c’è qualcosa che unisce, beh questa è la tavola. Ora, nonostante i vari DPCM, è ancora possibile gustare delle pietanze prelibate nei nostri locali veronesi. La città è veramente ricca di strutture della tradizione e non, oggi Piazza delle Erbe è la zona della movida, come direbbe Zaia. Un luogo dove veronesi di ogni età si incontrano, anche se solo fino alle 18, per vivere momenti conviviali e di ciacolio. Piazza delle Erbe è come un bivio di montagna, in qualsiasi direzione tu vada troverai qualcosa da gustare, da bere o da comprare. Dal plateatico dei “Filippini” ammiro e la piazza e mirando in lontananza verso sinistra, mi torna alla mente una cena spettacolare. Per quanto sia assurda questa vita, i compagni di avventura al tavolo possono essere molteplici e sorprendenti, e anche i ristoranti.

La Trattoria al Pompiere è l’esempio per me più nitido di come la tradizione possa ancora convivere con la contemporaneità. Quest’ultima intesa non come tipologia di cucina, ma come mantenimento dello status quo anche in questi tempi di sperimentazione culinaria. Siamo ad ottobre, inizio autunno, serata fresca del 2019, pensavamo fosse l’anno peggiore e invece…comunque sia, iniziamo a cenare alle 22.30 e fin qua nulla di strano se non che ci troviamo a Verona, e quell’ora quasi si chiude in certi ristoranti. Se devo dire, non ricordo bene il cibo, ma ricordo il calore e le tovaglie a quadretti che mi ricordano tanto Al Pacino al ristorante con Sollozzo nel Padrino I. A prescindere da questa immagine, il locale trasuda veronesità da ogni poro, i piatti sono quelli della tradizione, come la Guancia Brasata all’Amarone, piatto che i ragazzi preparano divinamente. La vetrina dei formaggi, arrivano da tutte le parti del mondo e arricchiscono il palato ad ogni piccolo morso. Scelgo dei vini rossi, un Cabernet Franc e un Teroldego, siamo in quattro e il bicchiere non è mai vuoto. Un antipasto e una portata a testa condita dalla pazienza dei camerieri, non spostano una posata fino alla nostra uscita. Una bottiglia di Angelu Ruju aperta per accompagnarci all’uscita, per così dire. Non è il compitino dei ristoranti di un tempo, ruffiani come li definisco io, ma l’amore per il proprio lavoro e l’attenzione per la clientela. Una gentilezza e un’attenzione che pochi locali stanno mantenendo. Un abbraccio alla cucina e alle persone. Perché andarci? Il servizio, non la location, ma per vedere cosa vuol dire qualità a pochi passi dall’Arena
Mai come ora comprendiamo la potenza di una cena tra amici, la consideravamo di routine, ora ci manca quasi come l’aria. Che fare? I prossimi mesi saranno cruciali, dobbiamo cambiare il nostro modo di vedere le cose, essere altruisti, se possibile cercare un bicchiere mezzo pieno. Certo che questo Covid 19 ci cambierà la vita per sempre, torniamo a tavola il più presto possibile. Anche la buona cucina, in questi anni, manca come l’aria.

